lunedì 17 aprile 2017

Commento al vangelo domenica 16 aprile

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. (Giovanni 20, 1-9)

Tutti e quattro i vangeli sinottici ci parlano della scoperta del sepolcro vuoto da parte  delle donne e dei primi discepoli e della loro intuizione della “vita nuova” di Gesù.  La Pasqua per i cristiani è una festa di gioia, è la grande festa della resurrezione, epilogo degli avvenimenti drammatici ricordati nei riti della settimana santa: l’ultima Pesach celebrata da Gesù coi discepoli, la passione, la crocefissione e la morte.

Possiamo comprendere meglio la Pasqua se ricordiamo che cosa era ed è la Pasqua o Pesach ebraica. È la festa più significativa per Israele, è il ricordo dell’esodo, della liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto, il ricordo del patto con Dio, la promessa della terra e della libertà; è la festa della primavera, quando ricomincia una vita nuova anche per la natura. Il cerimoniale della cena pasquale degli ebrei (seder), adesso come ai tempi di Gesù, è complesso e pieno di contenuti simbolici (le erbe amare, memoria delle durezze della schiavitù in Egitto, il pane azzimo quale ricordo del pane che non ebbero il tempo di far lievitare e di cui gli Israeliti si cibarono durante la loro fuga, le coppe di vino bevute ringraziando Dio per la liberazione e per il patto di alleanza suggellato con Israele).  Per ogni ebreo è l’impegno a cominciare un cammino di liberazione ogni giorno.

Gesù ha attribuito grande importanza alla celebrazione del suo ultimo seder con i discepoli: “ho ardentemente desiderato mangiare con voi questa pasqua prima del mio patire” (Lc 22, 14-16). Sapeva che la cena avrebbe avuto il significato di un addio e ha voluto lasciare un segno che potesse diventare un sostegno dopo la sua morte: sarebbe stato possibile renderlo presente ogni volta che ci si fosse trovati insieme a condividere il pane e il vino ricordandolo. Dopo la cena Gesù si è avviato al monte degli ulivi iniziando la strada che è culminata con la crocefissione, la morte e la deposizione nel sepolcro.

Nel racconto della resurrezione Maria Maddalena va per ungere il corpo del maestro, teme che lo abbiano rubato, ci vorrà un angelo per ricordarle il messaggio di Gesù e consentirle di credere che Gesù è ancora vivo anche se in modo diverso.
I vangeli e gli Atti ci dicono che la comprensione della resurrezione è stata un processo graduale per i discepoli, descritto simbolicamente con le varie apparizioni di Gesù. Sembra facile superare il lutto con un angelo che ti annuncia la resurrezione, in realtà l’angelo è una metafora e probabilmente la comprensione della pienezza della vita di Gesù in Dio è stato un cammino molto lento.
“Solo la fede, solo gli occhi della fede (e non quelli della carne) condussero i discepoli a fidarsi delle parole che il nazareno aveva loro detto. La risurrezione non ha dimostrazioni. I linguaggi biblici delle apparizioni e della tomba vuota sono codici linguistici del tempo, non prove. La realtà della risurrezione non ha prose empiriche. Come la stessa realtà di Dio, non è dimostrabile”. (Franco Barbero)

Si è discusso tanto sul sepolcro vuoto, in realtà non ha importanza se il sepolcro fosse vuoto o no, perchè la resurrezione ha un carattere trascendente.
Queiruga nel libro “La resurrezione senza miracolo” (Andres Torres Queiruga, La Meridiana 2006) dice “la morte e la resurrezione coincidono”.  Gesù è risorto al momento della morte sulla croce. La metafora della tomba vuota è il modo con cui è stato rappresentato, nella mentalità di allora, il fatto che Gesù ha raggiunto la pienezza della vita in Dio.
Gesù è vivo in Dio, e, dice anche Queiruga, come lui, tutti i defunti. È questo il grande messaggio di speranza per ognuno di noi.
La Maddalena ha sentito Gesù presente perché amava Gesù e il suo messaggio era diventato fondamentale nella sua vita, aveva modificato il suo essere. Avere presente il messaggio implica una sensibilità attenta ai segni dell’amore e questa sensibilità forse è stata più accentuata nelle donne che per prime hanno intuito che Gesù era vivo e sempre presente nella loro vita, senza bisogno di costruzioni teologiche perché era vivo in loro il suo messaggio, erano diventate chiare le sue promesse “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11, 25).

Resurrezione vuol dire: presenza “qui ed ora” e  presenza in Dio.
Presenza “qui ed ora”: è l’esperienza di ognuno di noi, se amiamo una persona che ha influenzato e modificato un nostro atteggiamento con l’esempio o con le parole e questa persona muore, ogni volta che agiamo secondo quanto appreso essa rivive attraverso noi e in noi, la sentiamo presente la “resuscitiamo”. Spesso poi bastano piccoli segni (un fiore, un libro, una speciale carezza) per farla sentire presente.
I vangeli e gli atti ci testimoniano che nelle prime comunità, dopo la morte di Gesù era sentita la sua presenza, lo sentivano vivo quando si riunivano e spezzavano del pane. lo spezzare il pane insieme è diventato il loro segno di riconoscimento, l’adesione al messaggio centrale di Gesù.  Gesù è presente nello stesso modo in ogni nostra eucarestia e nella nostra vita quando riusciamo a seguire la sua strada di fratellanza e di lotta per la giustizia.                                                                                                                                                                     “Presenza in Dio”: morire non vuol dire fine della vita, ma completamento della vita in Dio.  Gesù ha detto: “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non è un Dio di morti, ma di viventi: tutti infatti vivono per lui”  e ancora, pensando alla sua morte imminente (Gv 16,17), «Io me ne vado al Padre», un Padre che è  Abba, amore. 

Kung parlando della morte di Gesù e della morte di tutti noi usa l’espressione “morire all’interno di Dio” perché all’interno di Dio è tutta la nostra vita.

Vilma

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